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Inchiesta di Report sulla Giustizia Italiana

martedì 8 maggio 2007, di Francesco Pagano

Quando si parla di giustizia si evoca spesso il principio della certezza della pena. Prima ci si potrebbe chiedere se esiste la certezza del processo penale. Perché?
In media un processo penale dura 10 anni, se invece sono previsti più capi di imputazione e molti imputati, anche di più. Diciamo che circa il 70 per cento dei processi che vengono portati a giudizio ha una durata massima di prescrizione di sette anni e mezzo. Questo significa che tutta la macchina giudiziaria lavora per la prescrizione. Un imputato che ha soldi e quindi la possibilità di resistere in giudizio, è inutile che acceda a riti abbreviati, patteggiamenti se, andando in dibattimento, può vedere il suo processo evaporare a norma di legge. Notifiche sbagliate, abbondanti possibilità di rinvio, impugnazioni automatiche fino alla Cassazione, un giudice del collegio che cambia in corso d’opera e quindi si ricomincia da principio. E intanto il tempo passa. A partire dalla riforma del codice di procedura penale del 1989 fino ad oggi il legislatore, di riforma in riforma e magari in buona fede, non ha fatto altro che offrire a piene mani cavilli che incentivano tattiche dilatorie per difendersi piuttosto che nel processo dal processo.
Nella giustizia civile le cose i tempi sono ancora più lunghi.
L’eccessiva durata del processo è una violazione dell’art. 6 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo e l’Italia è il primo Stato nella graduatoria delle condanne inflitte dalla Corte europea di Strasburgo. Per queste condanne l’Italia ha pagato e continua a pagare centinaia di milioni di euro, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa considera il nostro paese un "sorvegliato speciale" e si è chiesto addirittura se in Italia sussistano ancora le condizioni di uno Stato di diritto.

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- Il testo integrale

(dal sito della trasmissione)


Vedi on line : A NORMA DI LEGGE